p 314 .



Paragrafo 7 . L'illuminismo italiano.

     
Introduzione.

Il  pensiero illuminista  - come ormai dovrebbe essere chiaro - un
fenomeno  estremamente articolato e complesso. Al  suo  interno  si
possono fare rientrare anche quei filosofi, come Locke e Hume,  che
abbiamo  trattato a parte. L'illuminismo  sicuramente un movimento
che  va  oltre  i  confini della cultura di lingua  francese,  dove
comunque si  manifestato nella forma pi ricca e completa.
     In  Italia  l'illuminismo trova espressione in forme  diverse,
talvolta  in  contrasto  fra loro, e con  elementi  di  originalit
rispetto agli altri paesi europei.

Giambattista Vico.
     
Il   filosofo   napoletano  Giambattista  Vico,  che   pu   essere
considerato  uno  dei massimi esponenti dell'illuminismo  italiano,
imposta  la  sua  riflessione  su un elemento  che  potrebbe  dirsi
"antilluminista": la polemica contro il razionalismo.
     Non  si  tratta,  per,  tanto del rifiuto  della  razionalit
illuminista  quanto del cartesianesimo. Vico non pu  accettare  la
riduzione della realt alla matematica, quale si trova in Descartes
e  nei suoi seguaci; egli contesta che esista un solo metodo valido
per  tutti  i  settori  della  ricerca  e  dello  studio.Contro  la
matematizzazione  della  conoscenza, egli  rivendica  una  funzione
conoscitiva alla fantasia e alla memoria e, quindi, alle  forme  in
cui  esse si esprimono, dalla poesia alla retorica e all'eloquenza;
inoltre  la  filosofia dovr rivalutare - oltre alla scienza  della
politica - anche la morale.
     C'  un  aspetto  dell'empirismo inglese, e in particolare  di
Hobbes,  che  ritorna  nel  pensiero  di  Vico:  la  scienza   come
conoscenza  dei prodotti dell'uomo. Secondo Hobbes la  scienza  pu
avere per oggetto il linguaggio, che  il frutto di una convenzione
arbitraria  fra gli uomini; al linguaggio possono essere  applicate
le  regole della matematica, a loro volta fissate dall'uomo. Qui si
chiudeva per lui il discorso sulla conoscenza(147).
     Vico  concorda con quanti sostengono il carattere "arbitrario"
e  "formale"  della  conoscenza matematica, e quindi  non  pu  non
entrare  in  polemica con la filosofia cartesiana che  pretende  di
conoscere   e  di  descrivere  la  realt  attraverso   un   metodo
matematico. Per Vico sono posti dall'uomo non solo gli assiomi e  i
postulati, ma gli stessi oggetti della matematica, primi fra  tutti
il punto e l'unit. Il punto, moltiplicato all'infinito, d origine
alle  rette  e  alle  figure  della geometria;  l'unit  ai  numeri
infiniti. Ma questi oggetti della conoscenza matematica non sono la
realt:  il  punto, una volta disegnato, assume  una  dimensione  e
perde  quindi  la sua caratteristica essenziale, cos come  l'unit
moltiplicata,  in quanto non pi unit, contraddice il  suo  stesso
concetto.  Le  verit  della matematica sono  accessibili  all'uomo
perch  egli  stesso  ne   l'artefice, ma,  man  mano  che  ci  si
allontana
     
     p 315 .
     
     dell'astrazione  e ci si avvicina al concreto,  diminuisce  il
contenuto di verit della conoscenza umana.
     La certezza che anima il cartesianesimo - ed anche l'empirismo
-  non  pu essere assolutamente identificata con la verit.  Anche
Descartes   -   e  il  pensiero  moderno  in  genere  -   rifiutava
l'identificazione  immediata  fra  certezza  e   verit,   ma   poi
ricostruiva  la verit attraverso una dimostrazione  fondata  sulla
certezza: la certezza dell'io penso e delle idee chiare e  distinte
garantisce, grazie a un metodo matematico dimostrativo,  la  verit
degli  oggetti complessi, della natura estesa (res extensa) e dello
stesso  Dio.  Invece,  per  Vico, la certezza  dell'evidenza  e  il
procedimento  geometrico non producono - rispetto alle  cose  della
natura - alcun tipo di verit. Le conoscenze matematiche sono  vere
in quanto consentono di possedere gli oggetti matematici nella loro
totalit,  fin  dalle  cause  prime agli  effetti  ultimi:  di  una
qualsiasi figura geometrica possiamo ricostruire la genesi partendo
dall'elemento  originario,  il  punto,  e  prevederne  l'evoluzione
immaginando  ulteriori  suoi movimenti. Degli  enti  naturali,  pur
avendo  certezza  della  loro esistenza, non  possiamo  avere  vera
conoscenza, perch da quella certezza non possiamo inferire la loro
causa e il loro fine.
     "Il  criterio  della  "chiara e distinta  percezione"  non  mi
assicura della cognizion scientifica, perch usato nelle fisiche  e
nelle  agibili cose non mi d una verit della stessa forza che  mi
d  nelle matematiche. Nelle matematiche conosco il vero col farlo:
nelle fisiche e nelle altre va la cosa altrimenti"(148).
     Pu  sembrare un paradosso, ma proprio il carattere arbitrario
della matematica ne garantisce la verit.
     Se  la  verit presuppone una conoscenza di valore universale,
che  abbraccia  tutto il processo per cui una cosa   fatta,  dalla
causa  prima all'effetto ultimo, la vera conoscenza della natura  
preclusa  all'uomo  e  possibile solo a Dio,  che  ne    stato  il
creatore.
     Tutte   le   nuove   scienze  che  si  sono   sviluppate   nel
diciassettesimo  secolo non potranno mai giungere  alla  conoscenza
della verit rispetto alla natura: lo scienziato del Seicento e del
Settecento  pu  "pensare"  (cogitare)  le  cose,  ma  non  le  pu
"conoscere" (intelligere)(149). Si pu avere scienza solo se il suo
oggetto  "intelligibile", ma l'oggetto  intelligibile interamente
solo al suo autore: il vero coincide con il fatto, "verum et factum
reciprocantur, [...] convertuntur"(150).
     Ma  c' qualcosa - oltre alla matematica e al linguaggio - che
 un prodotto dell'uomo: la storia.
     Giambattista  Vico pubblic nel 1725 i suoi  Princpi  di  una
scienza  nuova intorno alla natura delle nazioni per  la  quale  si
ritruovano  i princpi di altro sistema del diritto naturale  delle
genti(151).  L'opera  reca una lunghissima dedica  "alle  Accademie
dell'Europa", nella quale Vico riconosce il
     
     p 316 .
     
     carattere illuminato del nuovo secolo, il ruolo della  ragione
che sottopone a un esame critico l'intero sapere degli uomini(152),
e  si  propone alla riflessione della cultura europea  la  dottrina
della nuova scienza della natura delle nazioni.
     Questa  nuova  scienza  la storia: una  scienza  possibile  -
l'unica  scienza  possibile - perch soddisfa a  quell'identit  di
verum  e  factum  che per Vico  condizione essenziale  del  sapere
scientifico.
     La  storia  -  precisa  Vico - va intesa  come  "storia  delle
nazioni", del "diritto naturale" e del "diritto civile", perch gli
uomini in ci sono protagonisti e, al tempo stesso - in ogni  epoca
e in ogni luogo -, sono sottoposti agli stessi princpi universali.
     Tre  sono  i "sensi comuni del genere umano", cio i  princpi
che   si  ritrovano  in  tutti  gli  uomini:  l'esistenza  di   una
provvidenza  divina che governa le vicende umane; la famiglia  come
vocazione naturale degli uomini; il culto dei morti(153).
     Alla  contraddizione fra l'esistenza di una provvidenza divina
che  regge  le  sorti dell'umanit e il ruolo di un  uomo  artefice
della   sua  propria  storia,  Vico  risponde  limitando   l'azione
dell'uomo alla nascita e alla conduzione delle nazioni e ricordando
che questi  dotato di libero arbitrio(154).
     La  nuova scienza proposta da Vico acquista, quindi, un  ruolo
del  tutto  originale nella cultura del diciottesimo  secolo;  egli
accetta  il principio fondamentale della matematica, che   scienza
in quanto prodotto convenzionale dell'uomo, ma al tempo stesso nega
che il metodo matematico possa essere esteso ad altri settori della
conoscenza:  non  pu essere utilizzato per le  scienze  fisiche  e
naturali  (in quanto il mondo creato da Dio non  certo strutturato
secondo  le regole della matematica, che sono un'invenzione umana),
e  nemmeno  alla storia delle nazioni, dal momento che  l'uomo  nel
costruire le proprie istituzioni e nel darsi le leggi civili non si
attiene a princpi astratti di tipo matematico-geometrico, bens ai
principi  universali insiti nella propria natura  e  nella  propria
mente(155).
     
     p 317 .
     
     La  nuova  scienza sar quindi "una teologia civile  ragionata
della   provvidenza  divina"(156).  La  storia,  cio,  non   dovr
soffermarsi  nella  descrizione  dei  singoli  avvenimenti,   negli
elenchi  dei personaggi celebri, ma dovr cogliere e descrivere  il
modo   in   cui   i  princpi  universali  che  la  sorreggono   si
concretizzano  presso  le  singole nazioni.  Il  susseguirsi  delle
vicende  degli  uomini  per Vico un movimento che avviene  su  una
struttura  ideale ed eterna: " una storia ideal  eterna  sopra  la
quale  corrano  in tempo le storie di tutte le nazioni,  ch'ovunque
da'  tempi  selvaggi,  feroci  e fieri  cominciano  gli  uomini  ad
addimesticarsi con le religioni"(157).
     Nella  loro diversit le storie delle nazioni sono accomunate,
oltre  dalla base ideale ed eterna, da un susseguirsi  di  et  che
hanno le stesse caratteristiche presso tutti i popoli; ad esse Vico
dedica  il  Libro quarto della Scienza nuova: "Ora con  tai  [tali]
lumi  cos di filosofia come di filologia, in sguito delle degnit
intorno  alla storia ideal eterna gi sopra poste, in questo  libro
quarto  soggiugniamo [aggiungiamo] il corso che fanno  le  nazioni,
con costante uniformit procedendo in tutti i loro tanto var e  s
diversi costumi sopra la divisione delle tre et, che dicevano  gli
Egizi essere scorse innanzi nel loro mondo, degli di, degli eroi e
degli uomini"(158).
     Alle  tre et - che si ripetono con costante uniformit  nella
storia  di tutti i popoli - corrispondono tre specie di nature,  di
costumi,  di diritti naturali, di governi, di lingue, di caratteri,
di  giurisprudenze, di autorit, di ragioni, di giudizi,  di  stte
dei tempi(159).
     Senza  analizzare nel dettaglio le caratteristiche  delle  tre
et,  ci limiteremo a segnalare che la prima, "barbara",  dominata
dal senso e dalla fantasia ("la qual  robustissima ne' debolissimi
di  raziocinio"(160))  e trova espressione  nella  poesia  e  nella
mitologia; i suoi costumi sono dominati dalla religione e i governi
sono di tipo teocratico.
     La  seconda et  caratterizzata dalla nobilt e dall'eroismo;
in  essa  il diritto coincide con la forza ("il diritto di Achille,
che  pone tutta la ragione nella punta dell'asta"(161)) e i governi
sono aristocratici.
     La  terza et  governata dalla ragione, dalla coscienza e dal
dovere; i governi sono basati sull'uguaglianza e sulla libert  dei
cittadini  e  i  rapporti  fra gli uomini sono  regolati  da  leggi
giuste.
     Le  tre  et  si  succedono nella storia delle nazioni,  ma  -
osserva  Vico  - il raggiungimento del terzo stadio, cio  dell'et
degli  uomini e della ragione, non  una condizione definitiva:  da
essa  -  come dimostra la storia di Roma - si pu regredire all'et
dei bestioni.
     
     p 318 .
     
     Il corso della storia, giunto allo stadio pi alto, d luogo a
un  nuovo ciclo di eventi, a un ricorso destinato a ripercorrere le
tre et.
     Il  momento  di passaggio tra la fine del corso  della  storia
antica  e  l'inizio  di  un  nuovo  corso  (ricorso)    dato   dal
cristianesimo. Dopo che il cristianesimo ha affermato la sua Verit
contro  la potenza romana (grazie alla virt dei martiri) e  contro
la  sapienza  greca  (grazie  alla teologia  dei  Padri),  l'intero
processo  della storia rivive alla luce e nell'orbita  della  nuova
Verit e della nuova religione(162).
     E  cos  ritorna l'et dominata dalla religione, che riproduce
tutte  le  caratteristiche della prima barbarie, nella quale  i  re
cristiani  fanno derivare la loro autorit direttamente  da  Dio  e
assumono  funzioni civili e insieme religiose, unendo in  una  sola
persona il titolo di duca e quello di abate(163).
     Ad  essa segue una seconda, l'et eroica, dominata dalla forza
e dalla guerra, anche se questa volta sui vessilli degli eserciti 
dipinta la croce. Pertanto il Medioevo per Vico comprende due nuove
"et":  la "barbarie seconda", cio la nuova et degli di,  e  una
nuova  "et  degli eroi", anche se la distinzione fra  le  due  non
sempre  netta: alle guerre, "tutte di religione", si accompagna la
schiavit  perch i vincitori credevano che "i vinti  non  avessero
Dio"  e  li riducevano a schiavi, trattandoli come bestie. E questo
avveniva indifferentemente tra i cristiani e tra i musulmani(164).
     Infine  una  seconda  ricomparsa dell'et  dell'uomo  e  della
ragione:  la  nascita delle Universit in Italia, la ripresa  degli
studi  del  diritto  romano,  il riconoscimento  della  uguaglianza
naturale tra gli uomini che porta all'uguaglianza civile, fanno  s
che  il potere dei nobili indebolisca e che sorgano, in Europa,  le
"repubbliche  libere"  e  le  "perfettissime  monarchie"   dell'Et
moderna(165).
     Lo schema di Vico  troppo rigido per spiegare tutta la storia
moderna,  cos  egli    costretto  a  sottolineare  una  serie  di
eccezioni  che,  a  ben  guardare,  mettono  in  crisi  la  regola,
piuttosto che confermarla: non rappresenta l'et dell'uomo e  della
ragione   lo  zar  di  Russia,  il  quale,  "quantunque  cristiano,
signoreggia ad uomini di menti pigre";  da escludere anche il khan
dei Tartari che "domina a gente molle", nonch il negus d'Etiopia e
i re di Efeza e del Marocco che "regnano sopra popoli troppo deboli
e  parchi". In realt "solo in Europa, dove dappertutto si  celebra
la religion cristiana (ch'insegna un'idea di Dio infinitamente pura
e  perfetta e comanda la carit in verso tutto il genere umano), vi
sono delle grandi monarchie ne' loro costumi umanissime"(166).
     
Vico e la religione.
     
Da  questa  esposizione sommaria e molto parziale del  pensiero  di
Vico, il filosofo napoletano pu apparire estremamente lontano  dal
dibattito del suo tempo, vincolato all'antichit e in qualche modo

p 319 .

succubo   della   metafisica   tradizionale,   fortemente    legato
all'universalismo cattolico.
     Senza addentrarci nella genesi del pensiero vichiano, sorto in
un  dibattito  vivo e continuo con la cultura del  suo  tempo(167),
vorremmo mettere in evidenza alcuni aspetti del suo lavoro  che,  a
nostro  avviso,  ne  giustificano  l'inserimento  in  un  paragrafo
intitolato "L'illuminismo italiano" piuttosto che genericamente "La
filosofia italiana del Settecento"(168).
     Vico non riesce a pensare l'umanit senza religione(169):  sia
la  cristiana,  che  vera, sia le altre, pur nella  loro  falsit,
sono  la  condizione essenziale per la pratica della  virt  e  per
l'esistenza  stessa del genere umano. Eppure l'et  dominata  dalla
religione  coincide  con la barbarie: non solo  la  prima,  guidata
dalla  fantasia dei poeti teologi e governata dalla  teocrazia,  ma
anche   la  "seconda  barbarie"  del  Medioevo,  con  i   suoi   re
cristianissimi.
     La  religione  si nutre della fantasia, quando  la  ragione  
debole; fornisce una spiegazione agli avvenimenti del mondo facendo
ricorso  agli "imperscrutabili consigli" degli auspci. La ragione,
per  affermarsi  e  per realizzare nella maniera  pi  completa  la
natura  dell'uomo,  ha  bisogno  di liberarsi  dalla  religione  o,
meglio,  dalle  manifestazioni primitive  della  religione.  Questa
liberazione e il governo della ragione sono possibili al  di  fuori
del  cristianesimo, come dimostra la storia di Roma, il cui diritto
civile  rappresenta la massima espressione della razionalit umana.
L'affermazione  del cristianesimo - come abbiamo visto  -  coincide
con la ripresa della barbarie.
     Il  punto  di  vista  di  Vico  senza  dubbio  quello  di  un
cattolico  convinto  (ma  anche Galileo  lo  era)  che  per  vuole
analizzare la storia - anche quella del cristianesimo -  alla  luce
della  nuova  mentalit scientifica. Sarebbe certamente  arbitrario
considerare  la sua posizione critica analoga a quella  diffusa  in
ambito   illuministico;  eppure  il  suo  accomunare  cristiani   e
musulmani,  in  guerra  tra  loro, nel reciproco  disprezzo  e  nel
tentativo  di  rendere schiavo l'avversario,  pu  ricordare  certi
passi del Candido di Voltaire.
     
     p 320 .
     
Vico, la scienza e il progresso.
     
La  concezione vichiana della scienza appare lontana da quella  pi
diffusa tra gli illuministi, tutta incentrata su una conoscenza  di
tipo  matematico;  ma l'illuminismo - come abbiamo  visto  -    un
movimento  composito e complesso e anche al suo interno  possibile
trovare  spunti  polemici contro il razionalismo matematizzante  di
Descartes:  si  pensi a Hume o a Rousseau, che  mitigano  la  forza
della ragione affiancandole una qualche forma di sentimento.
     In  questo senso  riconducibile a un atteggiamento diffuso in
ambito illuministico anche la "nuova scienza" di Vico che - pur nel
suo rigido schematismo - rifiuta l'applicazione del meccanicismo  e
di leggi di tipo matematico alla storia dell'uomo.
     Grande merito di Vico - e ci lo colloca a fianco di quanti si
fanno   sostenitori  di  un  rinnovamento  del  sapere  -    avere
individuato  la molteplicit di fattori che operano  nella  storia:
accanto alla ragione, la fantasia e la forza.
     Infine il rifiuto di un'idea di progresso indefinito, quale si
trova  nella teoria dei corsi e ricorsi storici, se da un  lato  si
discosta  dalla fiducia nella ragione e nella scienza  diffusa  tra
gli  illuministi,  dall'altro  non  certo  omogeneo  alla  visione
cristiana  e  provvidenziale  della storia.  Vico  non  pu  essere
neppure  considerato  un  precursore  dell'idealismo  che,  in  una
visione  opposta  ma  speculare a certo illuminismo,  considera  la
storia  un continuo e ininterrotto progresso della ragione e  dello
spirito(170):  la  ragione - sostiene Vico  -  anche  quando  si  
pienamente realizzata, non pu impedire un regresso alla  barbarie,
salva restando la sua possibilit di emergere di nuovo.
     
Vico e la provvidenza.
     
La provvidenza di cui parla Vico - o almeno un aspetto fondamentale
di
essa  - sembra svolgere un ruolo non molto dissimile da quello  che
l'illuminismo attribuisce alla Natura. La provvidenza ha costituito
la  base  della "storia ideal eterna", cio la condizione  naturale
sulla  quale gli uomini, nella loro libert, sono gli autori  della
storia  delle nazioni. A conclusione della Scienza nuova del  1744,
Vico  ricorda che la provvidenza non  la guida degli uomini  nelle
loro  singole  azioni, ma il progetto divino, agli  uomini  ignoto,
all'interno del quale viene ricondotta la storia umana; essa    la
capacit  di  trasformare  in propri strumenti  le  caratteristiche
della  natura umana, che possono portare a comportamenti e a  scopi
non  solo diversi, ma addirittura contrari al progetto divino(171).
Nel creare la

p 321 .

storia,  gli  uomini  obbediscono  alla  "libidine  bestiale",   al
desiderio dei padri di "esercitare smoderatamente il loro  potere",
alla  voglia  di "sciogliersi dal freno delle leggi"; ma  al  tempo
stesso  obbediscono  a quei princpi che la provvidenza  -  con  un
unico  e  originario intervento - ha posto nella  loro  natura:  il
timor di Dio, l'aspirazione al matrimonio, il rispetto dei morti.
     La  provvidenza vichiana lascia all'uomo lo spazio  per  agire
esclusivamente  secondo la sua propria natura e  per  conoscere  il
prodotto  della sua azione, in tutto il suo svolgersi, dai princpi
primi  alle  conclusioni ultime; la nuova  scienza  di  Vico,  come
conoscenza  della totalit di un processo,  molto  pi  vicina  di
quanto possa apparire alla concezione della scienza moderna nel suo
complesso, e a quella dell'illuminismo in particolare.

La scienza nell'Italia del Settecento.
     
La cultura dell'illuminismo e l'interesse per la scienza incontrano
in  Italia  qualche  difficolt in pi rispetto  agli  altri  paesi
europei  per  il  ruolo  che la Chiesa, impegnata  a  difendere  la
propria  ortodossia  con tutti gli strumenti  della  Controriforma,
svolge nel nostro paese. Ma i semi gettati da Galileo continuano  a
germogliare.  I  suoi discepoli danno vita a Firenze  all'Accademia
del Cimento e a Napoli all'Accademia degli Investigatori: si tratta
di  istituzioni  che hanno lo scopo di verificare e  promuovere  la
ricerca  scientifica,  in stretto contatto con  analoghi  organismi
sorti  in tutta Europa, per iniziativa autonoma degli scienziati  o
addirittura  promossi  dagli stessi sovrani,  come  l'Accademia  di
Berlino(172).
     Degli  scienziati italiani ci limiteremo qui ad indicare  poco
pi del nome - e non di tutti -, ma gi i loro nomi evocano momenti
importanti  della storia della scienza. Ancora nel  diciassettesimo
secolo   troviamo  Francesco  Redi,  noto  per  gli   studi   sulla
generazione  animale(173); Marcello Malpighi, che fond  l'anatomia
microscopica e scopr i capillari sanguigni e i globuli rossi;  nel
corso  del  Settecento  incontriamo Antonio Vallisneri,  che,  come
Redi, respinge l'ipotesi della generazione spontanea, sostiene  che
alcune malattie possano essere causate da organismi microscopici e,
soprattutto,    convinto  che tutti i  fenomeni  naturali  debbano
essere  interpretati  per  mezzo di  leggi  generali;  Giambattista
Morgagni,  medico  anatomista, d un  grandissimo  contributo  allo
sviluppo dell'anatomia
     
     p 322 .
     
     patologica, ma anche alla definizione teorica di nuovi  metodi
da  applicare  alla  medicina, estendendo a  questa  disciplina  le
conclusioni  cui  era  giunto l'empirismo inglese,  in  particolare
quello  di  Locke:  respingere ogni tipo di causa  ipotetica  delle
malattie,  ma  scoprire  le  relazioni  tra  i  sintomi  e,  grazie
all'anatomia, le eventuali lesioni di organi; Lazzaro  Spallanzani,
uno  dei  fondatori della biologia moderna, studia  la  generazione
degli  organismi  microscopici; Luigi Galvani  e  Alessandro  Volta
danno  agli  studi  sull'elettricit  un  fondamentale  contributo,
documentato  in maniera inequivocabile dal trasferimento  dei  loro
nomi nel linguaggio tecnico: galvanometro  lo strumento che misura
l'intensit di corrente, mentre galvanizzare, oltre che  nel  senso
specifico di "elettrizzare"  usato in senso pi generale anche per
"eccitare"; volta (o il pi diffuso volt) indica l'unit di  misura
della   differenza   di   potenziale  elettrico   e   della   forza
elettromotrice.
     Uno  scienziato con pi accentuate caratteristiche filosofiche
 Antonio Genovesi: egli infatti si occupa di una scienza del tutto
nuova,  l'economia.  Stimolato agli studi economici  dalla  lettura
delle   voci   sull'argomento  dell'Enciclopedia   di   Diderot   e
d'Alembert,  raggiunge  un'approfondita conoscenza  della  materia,
tanto che gli viene conferita la prima cattedra europea di economia
politica, istituita presso l'Universit di Napoli. Il suo punto  di
partenza  comunque la filosofia, tradizionalmente intesa: e con  i
manuali  di  cui    autore,  Genovesi fa  circolare  in  Italia  i
contenuti della grande filosofia europea, da Francis Bacon in  poi,
insistendo sulla necessit di rendere utile il sapere(174).

La filosofia politica.
     
Pietro Giannone.
     
Come  abbiamo visto, uno degli aspetti pi importanti del  pensiero
illuminista  costituito dall'analisi critica della societ umana e
delle sue forme di organizzazione politica. Tra i filosofi italiani
che  si sono occupati di questo tipo di problemi possiamo ricordare
Pietro  Giannone, autore di una Istoria civile del regno di Napoli,
pubblicata  nel  1723,  nella  quale, attraverso  la  ricostruzione
storica, egli spiega la genesi della feudalit ecclesiastica  e  la
progressiva  sopraffazione sul potere civile da parte della  Chiesa
di Roma.
     Costretto  a  lasciare Napoli, Giannone si rifugi  a  Vienna,
dove,  fra il 1731 e il 1734, scrisse Il Triregno (pubblicato  solo
nel 1895), nel quale l'analisi del regno terreno, di quello celeste
e  di  quello  papale  accompagnata da una serie  di  osservazioni
critiche  sui  pi  importanti problemi dibattuti  dalla  filosofia
contemporanea: Giannone attacca da un punto di vista materialistico
la  distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa;  propone
una  lettura della Bibbia come libro di storia mondana  e  terrena;
contrappone  alla tradizione ebraico-cristiana una  religiosit  di
tipo  deista.  Scacciato  anche da Vienna,  dopo  aver  cercato  di
sfuggire l'Inquisizione spostandosi di citt in citt, da Venezia a
Ginevra, fu
     
     p 323 .
     
     arrestato  negli  Stati sabaudi, e trascorse  in  carcere  gli
ultimi dodici anni della sua vita.
     
"Il Caff".
     
In  Lombardia che, come  noto, nel Settecento  sotto  il  dominio
austriaco,  l'imperatrice Maria Teresa si  fece  promotrice  di  un
vasto  movimento  di riforme politiche e sociali. A  Milano,  negli
anni  Sessanta, fu istituito un Supremo Consiglio di Economia,  con
lo scopo di studiare e proporre iniziative di riforma. Tra i membri
del  consiglio, in genere intellettuali sensibili alle  nuove  idee
illuministe  e  quindi animati da spirito ostile al conservatorismo
politico,  troviamo Pietro Verri. Insieme al fratello Alessandro  e
ad  un gruppo di intellettuali dette vita al giornale periodico "Il
Caff", che usc tra il giugno del 1764 e il maggio del 1766.
     Il   periodico  aveva  a  modello  i  giornali   inglesi   del
Settecento, primo fra tutti "The Spectator". Anche il nome alludeva
all'esperienza  dell'Inghilterra,  dove  i  caff  erano  diventati
centri di dibattiti letterari e filosofici tra i sostenitori  della
nuova cultura laica.
     Sulle  pagine  de "Il Caff" si discuteva degli argomenti  pi
svariati,  dalla letteratura all'economia, dal diritto al  costume.
Anche  nelle  sue opere Pietro Verri spazia fra i  temi  cari  alla
cultura    illuminista:   dalla   felicit   alle   tecniche    del
commercio(175).
     
Cesare Beccaria.
     
Al  gruppo  e  alla  rivista  del Verri  partecipava  anche  Cesare
Beccaria.  Egli,  perfettamente in linea  con  le  discussioni  che
animavano  l'Europa illuminista, si propose di analizzare l'origine
della  societ,  le  caratteristiche del  contratto  sociale  e  la
nascita  e  la funzione delle leggi per giungere all'analisi  delle
trasgressioni  (delitti) e dei provvedimenti che  la  societ  deve
mettere  in  atto  per prevenirle e punirle (pene).  Il  saggio  di
Beccaria Dei delitti e delle pene usc nel 1764, due anni  dopo  la
pubblicazione del Contratto sociale di Rousseau; quasi subito  (nel
1766) fu tradotto in francese e suscit l'entusiasmo di Voltaire  e
di  d'Alembert;  ben  presto  fu  conosciuto  in  tutta  Europa   e
considerato  un  classico del nuovo diritto penale  di  ispirazione
illuminista.
     Lo scopo della giustizia  - per Beccaria - l'utilit sociale,
che,  per, non pu essere disgiunta dalla "massima felicit divisa
nel maggior numero" di cittadini(176).
     Per  raggiungere questo scopo, ciascuno deve cedere una  parte
della propria libert, ma solo una parte - osserva Beccaria -, anzi
la  pi piccola possibile: "Fu [...] la necessit che costrinse gli
uomini a ceder parte della propria libert: egli  dunque certo che
ciascuno non ne vuole mettere nel
     
     p 324 .
     
     pubblico  deposito  che la minima porzione  possibile,  quella
sola che basti ad indurre gli altri a difenderlo"(177).
     La  trasgressione del patto sociale deve essere quindi punita,
perch  il  fine per cui il patto  stato stipulato , appunto,  la
difesa dei singoli cittadini. In questo Beccaria non si differenzia
dalla generalit delle teorie contrattualistiche diffuse in Europa.
     Un  contributo  originale si trova, invece,  nell'analisi  del
tipo e dello scopo delle pene. Di fronte a chi, come Rousseau,  non
escludeva la pena di morte contro chi, ponendosi contro la societ,
ne era diventato nemico; di fronte alla pratica generalizzata della
tortura  nell'istruttoria  penale,  Beccaria  pone  alcune  domande
semplici  e  chiare: "La morte  ella una pena  veramente  utile  e
necessaria per la sicurezza e per il buon ordine della societ?  La
tortura e i tormenti sono eglino giusti, e ottengono eglino il fine
che  si propongono le leggi? Qual  la miglior maniera di prevenire
i delitti?"(178).
     Partendo dall'ultima domanda, il modo migliore per prevenire i
delitti  fare leggi che abbiano anche una funzione educativa, che,
quindi,  siano "pubbliche", cio conosciute da tutti, e che parlino
un linguaggio semplice e comprensibile alla gente.
     Per quanto riguarda l'uso della tortura, Beccaria premette  un
principio che faticher molto ad entrare nella cultura giuridica di
alcuni  paesi  anche  nei  secoli  successivi:  la  presunzione  di
innocenza   dell'imputato;  spetta  al  tribunale   dimostrare   la
colpevolezza  e non all'imputato provare la propria  innocenza.  La
tortura,  come  strumento per ottenere la  confessione,  affida  la
verit  non  alle  prove  dell'accusa, ma  alla  resistenza  fisica
dell'imputato,  che pu preferire la pena prevista dalla  legge  al
dolore  della tortura, e quindi confessare un delitto  che  non  ha
commesso;  oppure, riuscendo a sopportare quel dolore,  pu  essere
assolto pur essendo colpevole.
     Infine,  anche sulla pena di morte  necessaria una  premessa:
la  pena,  come  la legge che la prevede, deve tendere  all'utilit
sociale e deve avere una funzione educativa; non pu essere  quindi
lasciata all'arbitrio dei giudici, ma stabilita con esattezza dalle
leggi e - come le leggi - deve essere "pubblica", cio nota a tutti
i  cittadini, e commisurata al delitto: "Perch ogni pena  non  sia
una  violenza  di  uno  o  di molti contro  un  privato  cittadino,
dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria,  la  minima
delle  possibili nelle date circostanze, proporzionata ai  delitti,
dettata  dalle leggi"(179). Inoltre - osserva Beccaria - il diritto
a  infliggere  pene  deriva allo stato dal patto  stipulato  fra  i
cittadini  e  non si deve dimenticare che con esso   stata  ceduta
solo  "la  minima  porzione possibile" della  libert  individuale:
"l'aggregato di queste minime porzioni possibili forma  il  diritto
di punire; tutto il di pi  abuso e non giustizia"(180). In questo
quadro  la pena di morte  da rifiutare perch il cittadino non  ha
ceduto  allo  stato  il diritto sulla propria  vita  (diritto,  del
resto,  che non  nemmeno del singolo individuo, che non   padrone
di   uccidersi);  perch  sarebbe  il  risultato  di   una   guerra
dell'intera nazione
     
     p 325 .
     
     contro  un singolo individuo (che, anche se si  posto  contro
la   societ,   non  pu  essere  considerato  alla   stregua   del
nemico)(181);  perch non pu avere alcuna funzione  educativa,  ma
soprattutto perch non  n utile n necessaria al risarcimento del
danno prodotto dal delitto alla societ medesima.
     Inoltre,  a  chi sostiene che la pena di morte  pu  avere  un
effetto  deterrente per "distogliere altri dal commettere delitti",
Beccaria  obietta  che  la  storia  ha  ampiamente  dimostrato  che
"l'ultimo  supplicio  non ha mai distolti  gli  uomini  determinati
dall'offendere  la societ" ed aggiunge che, anzi, - contrariamente
a  quanto  pu avvenire con severe condanne al carcere  -  la  pena
capitale pu favorire l'esercizio della criminalit.
     A   sostegno  di  questa  sua  tesi  Beccaria,  con   notevole
sensibilit   ai   problemi  sociali  e  indubbia   affinit   alle
discussioni  che  si  erano svolte e ancora  si  svolgevano  fra  i
principali  illuministi europei, ricostruisce il  ragionamento  del
ladro  o  dell'assassino  come esempio di  ragionamento  criminale:
"Quali  sono  queste leggi ch'io debbo rispettare, che lasciano  un
cos grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che
gli  cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio [lavoro] che non
conosce.  Chi  ha fatte queste leggi? uomini ricchi e potenti,  che
non  si  son mai degnati visitare le squallide capanne del  povero,
che  non hanno mai diviso un ammuffito pane fra le innocenti  grida
degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi
legami  fatali  alla  maggior parte, ed utili ad  alcuni  pochi  ed
indolenti  tiranni; attacchiamo l'ingiustizia nella  sua  sorgente.
Ritorner  nel mio stato di indipendenza naturale, vivr  libero  e
felice  per qualche tempo co' frutti del mio coraggio e  della  mia
industria:  verr forse il giorno del dolore e del  pentimento;  ma
sar breve questo tempo, ed avr un giorno di stento per molti anni
di  libert  e di piaceri. Re di un piccolo numero, corregger  gli
errori  della  fortuna,  e  vedr  questi  tiranni  impallidire   e
palpitare  alla  presenza  di colui che  con  un  insultante  fasto
posponevano  ai loro cavalli, ai loro cani"(182). A  rafforzare  il
ragionamento  del  ladro,  trasformato in  paladino  della  rivolta
sociale, contribuisce - conclude Beccaria - anche la religione  che
promette allo scellerato "una quasi certezza di eterna felicit" in
cambio di un "facile pentimento" in punto di morte(183).
